PRINCIPI ISPIRATORI

Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sottoterra e bellezza fuori…

A differenza degli alberi, nei nostri climi attecchiscono bene anche genti del vasto Sud del Mondo, maggioranza del pianeta…. Noi esseri umani, siamo Alberi in Cammino…

Erri De Luca

Non avremmo mai tentato un’avventura del genere senza alcuni “maestri” e principi ispiratori. Ci piace citarne alcuni qui, oltrechè praticarli anche nei nostri spazi fisici e mentali

“MA PER POTER CAMBIARE LE COSE BISOGNA PRIMA IMMAGINARLE DIVERSE”

Rubem Alves

Qualsiasi processo educativo, di sviluppo, di crescita ma anche di trasformazione ed indipendenza sappiamo che passa attraverso la formazione e l’autoformazione, l’educazione formale ed informale.

La Pedagogia del Desiderio – E’ così che si chiama il “metodo” educativo elaborato da Paolo Freire. uno degli educatori, formatori e pedagogisti più importanti del Novecento che continua ad essere un modello di riferimento e dal quale vorremmo attingere. In Italia il modello e la pratica della Pedagogia del Desiderio, approfondita da Cersare Florio del La Rocca e Marcos Candido, fondatori in Brasile del progetto AXE’, è praticato dalla Casa dell’Arteducazione a Milano. I formatori e gli operatori dell’Arteducazione stanno recentemente lavorando con adolescenti italiani e minori stranieri non accompagnati che provengono dal CARA di Via Corelli a Milano. Attraverso il “fare” e laboratori artistici e manuali, si lavora sul concetto di disagio, di identità, di bellezza, di riappropriazione di sé e del proprio percorso di vita.

L’opera di Freire, un “educatore politico” si connota come una visione pedagogica complessiva: una sorta di “pedagogia dell’uomo” densa di aspetti e di riferimenti antropologici, sociologici e filosofici, in cui sono state affrontate diverse e fondamentali tematiche pedagogiche: l’educazione degli adulti, l’elaborazione di un metodo di alfabetizzazione, la formazione allo sviluppo, la formazione dei formatori, la globalizzazione e gli squilibri Nord/Sud del mondo.

Paolo Freire subì 15 anni di esilio politico in Brasile negli anni 60’ durante la dittatura militare. Fu  perseguitato per le due idee e per la sua, “indiretta”, lotta politica, ovvero quelle della “formazione” dell’uomo, e dunque dell’utopia di un nuovo modello di società, che passasse tramite l’alfabetizzazione e la pedagogia.  Per fare dell’uomo un uomo libero e consapevole.

Nelle favelas brasiliane in particolare i bambini vivevano in condizioni di assoluto disagio sociale, ed attraverso questa visione Freire sperimentò un modello alternativo di “recupero sociale” che però non si avvaleva della pedagogia “tradizionale”. Nasceva la “pedagogia del desiderio”, una costruzione teorica nata per affrontare la frase che molto spesso i bambini dichiaravano quasi con rabbia sul viso degli educatori: io non ho nulla da perdere”.

Una fortissima analogia, in questo “non ho nulla da perdere” con quegli uomini e donne migranti che decidono e sono costretti ad abbandonare la propria famiglia, il proprio paese, le proprie radici, per un progetto migratorio e la ricerca di una “nuova” vita.

Per un futuro migliore, troppo spesso per una necessità di sopravvivenza.

E’ solo dove c’è una forte spinta e dunque desiderio di cambiamento, di  trasformazione, che l’essere umano è in grado di operare una scelta profonda e consapevole.

 “PROGETTARE PER NON ESSERE PROGETTATI” – a “lezione” da Enzo Mari

Fondamentale per l’ideazione del progetto di formazione e scuola di falegnameria è l’impulso e l’idea/concetto espresso da Enzo Mari nel Manuale di Autocostruzione, elaborato e pubblicato nel 1974.

Nel 1999 Mari stendeva e firmava il Manifesto di Barcellona, in cui dichiarava “Tutti dovrebbero progettare per evitare di essere progettati”. Una grande sfida e soprattutto una “visione” politica, sociale, umana.

Diciannove progetti e disegni esecutivi necessari alla costruzione di sedie, tavoli, divani e scaffali con il semplice utilizzo di chiodi e di tavole di legno, tutti realizzabili contando sulle proprie capacità manuali senza dover ricorrere a strumenti e competenze specialistiche, utilizzando semplicemente la tecnica rudimentale del carpentiere (chiodi e martello).

E’ da questa idea semplice ma al tempo stesso “innovativa” che si vuole partire per poi sviluppare e proporre nuovi modelli anche grazie all’apporto dei migranti stessi che si cimenteranno con la progettazione e realizzazione dei mobili e dei complementi di arredo.